UNA DELLE CARRIERE PIÙ PREMIATE DELLA FOTOGRAFIA NATURALISTICA SI SVOLGE TRA DUE FORME DI LUCE: IL SOTTILE SILENZIO AZZURRO DELL’ARTICO E LA POLVERE ROSSA DEL MAASAI MARA AL TRAMONTO. DALLA SUA CASA TRA LE MONTAGNE DELLA NORVEGIA MERIDIONALE, ARNFINN JOHANSEN HA TRASCORSO DECENNI IMMOBILE NELLA NEVE COME NELLA SAVANA, ASPETTANDO IL SECONDO ESATTO IN CUI LA LUCE SELVAGGIA DIVENTA IMMAGINE.
Da Lillehammer, tra le montagne della Norvegia meridionale, Arnfinn Johansen ha costruito con discrezione una delle produzioni più premiate della fotografia naturalistica contemporanea, seguendo i ritmi della natura e non i propri. Fotografa il mondo naturale dal 1980, ma ha iniziato a partecipare ai concorsi internazionali soltanto nel 2011. I risultati sono arrivati subito: quell’anno è stato nominato Nordic Nature Photographer of the Year, grazie all’immagine di un orso bruno che emerge dalla nebbia del mattino. Preparazione, disciplina e pazienza, insieme alla capacità di assumersi un rischio esattamente nel momento giusto, sono le qualità sulle quali si fonda la sua fotografia e che lo hanno portato dalle montagne norvegesi ai vertici della sua professione. Il suo primo territorio è il Nord. Membro eletto della Norwegian Nature Photographers Association, con immagini distribuite dall’agenzia NTB Scanpix, Johansen ha trascorso decenni tra le volpi artiche di Dovrefjell, gli orsi polari e i trichechi delle Svalbard, le scogliere popolate dagli uccelli marini di Hornøya, le aquile di mare dalla coda bianca di Flatanger e gli orsi bruni e i lupi delle foreste boreali lungo il confine finlandese. Sono fotografie costruite sulla sottrazione: luce tenue, silenzio bianco, un solo animale scuro a occupare l’inquadratura, e il carattere inconfondibile di un uomo che sa aspettare. Quell’attesa ha trovato la sua ricompensa in una notte di aprile del 2021, sull’altopiano montano di Rørosvidda, quando due lepri selvatiche si affrontarono nell’oscurità della stagione degli amori.
Wild Mountain Hares Fighting ha conquistato il Grand Prize del ventesimo concorso fotografico di Smithsonian Magazine, scelto tra oltre 32.000 immagini di quasi 7.000 fotografi provenienti da 190 Paesi. È il vertice di un palmarès notevole: un primo premio nazionale ai Sony World Photography Awards e una menzione nello stesso concorso tra 200.000 immagini; una vittoria di categoria a Por el Planeta in Messico; numerosi riconoscimenti al GDT European Wildlife Photographer of the Year; e per due volte la presenza nella classifica dei dieci migliori fotografi naturalistici del mondo di One Eyeland. Il suo secondo territorio si trova seimila chilometri più a sud, dove la neve lascia spazio alla savana. Il Maasai Mara, in Kenya, è diventato l’altro terreno di lavoro di Johansen e nel 2017 il fotografo ha realizzato qualcosa che pochi professionisti tentano: ha ideato il concept fotografico di Oltepesi Tented Safari Camp, un eco-camp nel Mara concepito da un fotografo per i fotografi, costruito intorno alla luce, alle angolazioni e alle possibilità di accesso più che al semplice comfort. Da qui sono nate alcune delle immagini africane che hanno consolidato la sua reputazione: la testa di un leone che emerge dalla notte equatoriale, la grande migrazione degli gnu che attraversa il fiume e The Leopard Tree, un’acacia in controluce che sostiene il leopardo addormentato come un respiro trattenuto. L’Italia, va detto, si è accorta presto di lui.
Le giurie italiane hanno premiato più volte il suo lavoro, ai Siena International Photo Awards, ad Asferico e a Oasis, mentre nel 2023 The Leopard Tree è stata proclamata vincitrice assoluta del BioPhotoContest. Le sue stampe sono state esposte al Teatro Giacosa di Ivrea e al Photo Vogue Festival di Milano, oltre che al National Museum of Natural History dello Smithsonian a Washington, alla Royal Geographical Society e a Somerset House a Londra, all’Iziko South African Museum e al Natural History Museum di Oslo. Ciò che distingue la fotografia di Johansen non è lo spettacolo, ma l’intimità. Il suo obiettivo dichiarato è raccontare gli stati d’animo, le storie e i segreti della natura, offrendo allo spettatore non soltanto composizione e tecnica, ma anche “un momento di riflessione”. Le sue immagini più forti collocano l’animale all’interno del paesaggio, unendo una composizione nitida a un senso amplissimo dello spazio: la creatura è piccola, il mondo è grande e l’equilibrio tra i due appare fragile.
Cerca, come dice lui stesso, storie che abbiano bisogno di essere raccontate, capaci di suscitare rispetto per la natura e di ricordarci la necessità dell’umiltà. Questa convinzione è diventata pratica. Johansen è fotografo invitato di Vital Impacts negli Stati Uniti, a sostegno della conservazione nell’Amazzonia, e di Remembering Wildlife in Gran Bretagna, impegnata nella protezione delle specie minacciate in Africa. Anche Oltepesi si fonda su una filosofia di restituzione: il campo finanzia una pompa pubblica che fornisce acqua potabile a circa duemila persone al giorno, collabora con l’iniziativa Right to Sight per la cura della cataratta e sta costruendo nuove aule per la Olare Owang Academy. Alla base c’è una convinzione tanto pragmatica quanto morale: la conservazione che non produce benefici per le comunità che vivono accanto alla fauna selvatica non può durare. È una convinzione che attraversa tutto il suo lavoro: ciò che ha valore deve essere preservato, non soltanto ammirato. Tra i due territori di Johansen, in fondo, non esiste alcuna contraddizione. Neve o savana, tutto nasce dalle stesse cose: pazienza, tempismo e capacità di riconoscere il momento esatto in cui agire. Fino a quando una lepre si alza nell’oscurità artica, un leopardo dorme su un albero disegnato d’inchiostro contro il crepuscolo e la natura, per un istante sospeso, sembra guardarci e chiederci di essere conservata.