Ci sono giornalisti che raccontano il proprio tempo e altri che finiscono per entrarvi dentro, fino a diventarne una presenza impossibile da ignorare. Oriana Fallaci appartiene alla seconda categoria.
La sua voce non cercava consenso, né la protezione dell’equilibrio. Cercava la verità secondo una regola personale, esigente e spesso spietata, che imponeva alla scrittura la stessa disciplina richiesta alla vita. A vent’anni dalla sua scomparsa, la figura della grande giornalista fiorentina continua a generare confronto, ammirazione e polemica. Non soltanto per ciò che ha scritto, ma per il modo in cui ha scelto di farlo. Intervistare per lei significava misurarsi con il potere, attraversare le sue difese, costringerlo a rispondere. Scrivere significava assumersi una responsabilità . Nulla poteva essere lasciato alla comodità della formula, alla diplomazia del mestiere, alla prudenza dettata dalle circostanze. È proprio questa dimensione, insieme pubblica e privata, a emergere da Oriana ad alta voce di Alessandro Gnocchi. Il libro non costruisce semplicemente un nuovo capitolo della biografia di Fallaci, ma prova a seguirne le tracce nelle stanze meno illuminate della sua esperienza: nei rapporti professionali, nelle ossessioni quotidiane, nelle solitudini, nei conflitti e nei rituali attraverso i quali una delle personalità più radicali del giornalismo italiano cercava di mantenere il controllo sulla propria voce.
Gnocchi entra così nel territorio degli aneddoti e dei retroscena, dove il personaggio pubblico lascia spazio alla donna, con le sue fragilità e la sua energia inesauribile. Ne emerge un metodo di lavoro quasi fisico, fatto di rigore, riscritture, attenzione maniacale alle parole e una concezione della professione come esercizio di libertà . La Fallaci pretendeva molto da se stessa e altrettanto da chi le stava accanto. Il talento, nella sua idea, non poteva diventare un alibi per l’approssimazione. Le ultime stagioni della sua vita assumono una particolare intensità . La rabbia nei confronti del Corriere della Sera, l’approdo a Libero, gli scontri con figure potenti e controverse, la distanza crescente dal mondo esterno e il rifugio nella dimensione privata della sua casa newyorkese compongono il ritratto di una donna che non smette di combattere nemmeno quando il confronto si fa più solitario. È qui che il libro acquista il suo significato più interessante. Al di là delle posizioni che hanno reso Fallaci una figura divisiva, rimane la storia di una scrittrice e giornalista convinta che le parole avessero un peso reale. Ogni frase poteva diventare una scelta, ogni intervista un confronto, ogni pagina un terreno di responsabilità . Il titolo stesso, Oriana ad alta voce, sembra allora definire una postura prima ancora che un volume. Quella di una donna incapace di arretrare davanti alla domanda difficile, di attenuare un giudizio per renderlo più facilmente ricevibile, di confondere il silenzio con la prudenza. La sua eredità resta soprattutto in questa tensione: la volontà di esercitare il mestiere fino alle sue conseguenze più estreme. Èil ritratto di una donna che ha trasformato la propria voce in uno strumento di conoscenza e di conflitto. Una voce che, ancora oggi, non chiede di essere accettata: chiede di essere ascoltata. E di essere giudicata nelle sue parole.

