Due volte il Grande Slam, 200 titoli e un’impresa che nessun altro ha mai saputo ripetere. La storia di un uomo che trasformò il tennis in leggenda.
Per molti è semplicemente “The Rocket”, il razzo australiano. Per la storia del tennis è qualcosa di più: uno dei più grandi giocatori di sempre, forse il più grande. Nato a Rockhampton, nel Queensland, nel 1938, Laver cresce in un ambiente lontano dai grandi palcoscenici internazionali. Il suo primo campo da tennis è ricavato sulla proprietà di famiglia, una fattoria nell’outback australiano. È lì che costruisce, colpo dopo colpo, quella combinazione irripetibile di velocità, potenza, precisione e ostinazione che diventerà il suo marchio di fabbrica. A quindici anni viene notato da Harry Hopman, leggendario capitano della Davis australiana, che intuisce immediatamente di avere davanti un talento fuori dal comune. Mancino, con un rovescio a una mano e un braccio sinistro capace di imprimere una potenza impressionante alla palla, Laver diventa rapidamente una forza dominante. Nel 1960 conquista il suo primo titolo del Grande Slam in Australia. Nel 1962 arriva la consacrazione assoluta: vince tutti e quattro i Major nello stesso anno, completando il primo dei suoi due irripetibili Grand Slam.
Ma la sua storia non finisce lì. Anzi, deve ancora arrivare il capitolo più incredibile. Nel 1963 Laver diventa professionista, entrando in un circuito nel quale i migliori giocatori non potevano più confrontarsi liberamente con gli amatori. Poi, nel 1968, il tennis entra nell’era Open: professionisti e dilettanti possono finalmente competere negli stessi tornei. Laver vince il primo Wimbledon dell’era Open. Un anno dopo, nel 1969, compie qualcosa che ancora oggi appartiene alla mitologia dello sport: conquista nuovamente Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open nello stesso anno. Due Grand Slam nell’arco di una carriera. Due volte tutti e quattro i Major nello stesso anno. Un’impresa che nessun altro uomo nella storia del tennis ha mai ripetuto. Il dato più impressionante, però, racconta solo una parte della leggenda. Laver ha conquistato 200 titoli in carriera, un numero quasi irreale, ed è stato numero uno del mondo. La sua carriera si è sviluppata tra due epoche radicalmente diverse: quella romantica delle racchette di legno e dei tornei amatoriali e quella moderna del tennis professionistico globale. È stato, in questo senso, un ponte fra due mondi. E proprio questa capacità di attraversare le epoche rende ancora più straordinario il suo mito. Laver non era soltanto un vincente: era un giocatore totale. Poteva dominare dalla linea di fondo, accelerare improvvisamente, attaccare la rete e trasformare la velocità in un’arma. Il suo tennis sembrava semplice soltanto perché era stato costruito attraverso una quantità enorme di lavoro. Il soprannome “Rocket” non gli fu regalato soltanto per la velocità dei suoi colpi. Laver rappresentava una forma di energia continua: correre, colpire, anticipare, ricominciare. Senza teatralità, senza bisogno di costruire un personaggio. Lasciava parlare la racchetta. Nel corso della sua vita ha ricevuto alcune delle più importanti onorificenze australiane e internazionali: MBE nel 1970, ingresso nella International Tennis Hall of Fame nel 1981, Sport Australia Hall of Fame nel 1985, fino alla nomina a Companion of the Order of Australia nel 2016. Nel 2000 il Centre Court di Melbourne Park, teatro dell’Australian Open, è stato intitolato a lui: Rod Laver Arena.
Nello stesso anno è stato riconosciuto come Australian Living Treasure. Ma forse il riconoscimento più bello è arrivato dal tennis stesso. Nel 2017 nasce la Laver Cup, la grande sfida a squadre che mette di fronte sei tra i migliori giocatori d’Europa e sei del resto del mondo. L’idea, sviluppata da Roger Federer insieme a Tony Godsick e ai partner del progetto, prende ispirazione dalla Ryder Cup del golf e porta il nome dell’uomo che aveva già rappresentato, nella sua epoca, l’essenza stessa della competizione. Il trofeo racchiude persino la sua storia: 200 tacche sul bordo ricordano i suoi 200 titoli, mentre quattro elementi alla base celebrano i due Grand Slam del 1962 e del 1969. Oggi, mentre le nuove generazioni si sfidano sui campi più spettacolari del mondo, il nome di Laver continua dunque a vivere accanto a quello di Federer, Nadal, Djokovic, Alcaraz e dei campioni che hanno portato il tennis in una nuova dimensione. La Laver Cup non è soltanto un torneo. È una dichiarazione di appartenenza a una storia. E ogni volta che la Coppa viene sollevata, quella storia torna al punto di partenza: un ragazzo australiano che giocava su un campo improvvisato in una fattoria dell’outback, una racchetta in mano e un sogno apparentemente impossibile. Vincere tutto. Due volte.
Rod Laver ci è riuscito. Ed è per questo che, a distanza di decenni, The Rocket continua a volare.



