POCHI REGISTI HANNO SAPUTO LEGGERE L’ANIMA DI UN PAESE CON LA LUCIDITÀ, LA FEROCIA POETICA E L’INTELLIGENZA CORROSIVA DI DINO RISI. IL SUO CINEMA NON È STATO SEMPLICE INTRATTENIMENTO, MA UNA LENTE DI INGRANDIMENTO PUNTATA SU UN’ITALIA IN PIENA TRASFORMAZIONE: QUELLA DEL DOPOGUERRA, DEL BOOM ECONOMICO, DELLE ILLUSIONI E DELLE CADUTE.
Ci sono cineasti che si limitano a girare film, e altri che, con i loro lavori, creano un linguaggio. Dino Risi appartiene a questa seconda, ristretta categoria. Le sue pellicole sono veri affreschi, dove umorismo e malinconia convivono, offrendo al pubblico non solo una storia, ma uno specchio capace di riflettere un’intera società.
LE ORIGINI DI UNO SGUARDO Nato a Milano nel 1916, Risi cresce in un’Italia attraversata da conflitti e contraddizioni. Laureato in medicina e specializzato in psichiatria, porta nel suo sguardo da regista un’attenzione quasi clinica per l’essere umano, le sue fragilità e le sue maschere. Prima di dedicarsi al cinema, esercitò come medico negli ospedali psichiatrici: un’esperienza che gli permise di osservare da vicino l’animo umano nelle sue pieghe più nascoste. Questa formazione si riflette nel suo cinema: i personaggi di Risi non sono mai bidimensionali, ma complessi, contraddittori, vivi.
UN ALLIEVO TRA I MAESTRI Negli anni della sua formazione, Risi entra in contatto con figure titaniche come Luchino Visconti e Francesco Rosi. Dal primo apprende la precisione formale, l’attenzione maniacale alla messa in scena e la capacità di trasformare la realtà in stile. Dal secondo trae la lezione dell’impegno civile e l’urgenza di raccontare la società nei suoi nervi più scoperti. Ma Risi non si limita a imparare: rielabora, trasforma, mescola. Se Visconti era il pittore della nobiltà decadente e Rosi il cantore delle ingiustizie sociali, Risi sceglie un’altra strada: quella della commedia. Con una naturalezza disarmante, trasforma la vita quotidiana in materia narrativa, avvicinando lo spettatore a storie che gli appartengono.
ATTORI COME AMBASCIATORI DI UN’ITALIA VIBRANTE Con Risi, i volti del cinema italiano diventano icone universali. Vittorio Gassman, in Il sorpasso o I mostri, incarna non un singolo personaggio, ma un’intera epoca: vitalismo sfrenato, improvvisazione, entusiasmo, ma anche superficialità e cinismo. Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Alberto Sordi: tutti, sotto la sua direzione, diventano simboli di un’Italia che cambia. Risi li dirige con leggerezza, ma anche con precisione chirurgica, trasformando i loro volti e le loro voci in archetipi. La commedia all’italiana – di cui Risi è padre indiscusso insieme a Monicelli, Comencini e Germi – diventa così un fenomeno culturale esportato in tutto il mondo, la lente attraverso cui il pianeta intero impara a conoscere gli italiani.
I CAPOLAVORI CHE HANNO FATTO SCUOLA Poveri ma belli (1957) inaugura una stagione di successi: un ritratto fresco e ironico di una gioventù ingenua e vitale, che rispecchia l’Italia popolare degli anni ’50. Con Una vita difficile (1961), Risi affida ad Alberto Sordi un ruolo indimenticabile: quello di un uomo che tenta di restare coerente ai propri ideali in un Paese che ha già scelto l’arrivismo come unica bussola. È un film che anticipa il disincanto politico e morale degli anni successivi. Poi arrivano i capolavori assoluti. Il sorpasso (1962) è molto più di un road movie: è il ritratto di un’Italia in corsa, lanciata a tutta velocità verso il boom economico, ma incapace di interrogarsi sul senso del proprio viaggio. Bruno Cortona, interpretato da Gassman, è diventato un archetipo nazionale, la maschera di un vitalismo che nasconde un vuoto esistenziale. I mostri (1963) è un mosaico di trenta episodi brevi, un catalogo impietoso delle miserie e delle contraddizioni italiane: un film che ancora oggi colpisce per la sua attualità. Profumo di donna (1974), con Gassman nei panni di un capitano cieco e disilluso, segna una svolta: il racconto intimo, introspettivo, che conquista Hollywood fino a ispirare Scent of a Woman (1992), il film che valse l’Oscar ad Al Pacino.
L’EREDITA’ DI UNO SGUARDO Risi possedeva una dote rara: la capacità di raccontare la vita attraverso le contraddizioni. Non c’è nei suoi film un personaggio totalmente buono o totalmente cattivo: tutti portano in sé la “bivura”, la duplicità della vita, quel continuo oscillare fra grandezza e miseria, sorriso e malinconia. Questo sguardo “psicologico” lo ha reso un regista profondamente europeo: dalla Francia alla Spagna, molti autori hanno guardato al suo cinema come a un modello per raccontare la realtà senza filtri. Anche registi di generazioni successive, come Ettore Scola, hanno riconosciuto in Risi un maestro nell’arte di far convivere leggerezza e profondità.
IL MORALISTA CHE NON GIUDICAVA Forse il segreto di Risi è proprio questo: era un moralista che non offriva morali. Non indicava soluzioni, non suggeriva percorsi. Si limitava a raccontare, lasciando che fosse lo spettatore a specchiarsi nelle sue storie. Rideva dell’Italia, ma non con disprezzo: con un affetto segreto, con il distacco ironico di chi conosce troppo bene i difetti di un popolo per prendersene gioco davvero. Nei suoi film non c’è mai il cinismo assoluto, ma piuttosto una malinconia che accompagna il sorriso, una dolcezza nascosta dietro la satira più spietata.
UNA LEZIONE ANCORA VIVA Oggi, guardando la sua opera, non scopriamo soltanto una stagione irripetibile del cinema italiano, ma anche una lezione ancora attuale: il potere del cinema come strumento di verità, capace di raccontare la grandezza e la fragilità dell’uomo. Dino Risi ci ha insegnato che l’ironia può essere un’arma potente, capace di raccontare più di mille discorsi teorici, e che dietro una risata può nascondersi il ritratto più autentico di un Paese. Per questo la sua voce non appartiene soltanto al passato, ma continua a parlare oggi, a chiunque voglia capire l’Italia – e forse se stesso – attraverso lo specchio di un film.




