LETTERA D’AMORE A GIACOMO LEOPARDI (SOLFERINO): È QUESTO IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO MORESCO, SCRITTORE E SAGGISTA CAPACE DI GETTARE UNA LUCE PARTICOLARE SULLE COSE, DI ANDARE AL DI LÀ DELL’ORDINARIO E DI QUELLO CHE TI ASPETTERESTI.
Giacomo Leopardi, il poeta, diventa, interpretato dall’autore attraverso i suoi scritti, un portale per arrivare a una dimensione “altra”, dove riflettere sulla storia e sul presente. Un viaggio che per Moresco passa attraverso le sue esperienze di vita fino ad arrivare a volo d’uccello a quello che succede oggi intorno a lui.
Perché ha scelto proprio Leopardi, e come è entrato nella sua vita? «C’è sempre, per ognuno di noi, uno scrittore, un poeta, che ci ruba l’anima prima e più degli altri. Per me è stato Leopardi, incontrato da ragazzo in un momento difficile della mia vita, quando mi ero chiuso autisticamente e avevo tirato su il ponte levatoio. Solo lui è riuscito a raggiungermi, con la sua voce, con il suo canto, mi ha fatto capire che c’era anche per me un posto nel mondo. La lettura dell’Infinito su un’antologia scolastica ha fatto il miracolo, mi ha detto la cosa più importante: che dietro la siepe c’è l’infinito».
Per questo è ancora oggi così moderno? «Leopardi ci aveva detto la verità, criticando l’illusione di un progresso illimitato in un contenitore planetario chiuso, irridendo l’arroganza antropocentrica degli umani, di sentirsi superiori e avulsi dal resto della natura di cui pure fanno parte. Oggi questi deliri di onnipotenza -che lui aveva saputo vedere e denunciare sin dall’inizio- ci stanno tornando indietro come un boomerang, ne stiamo pagando il prezzo come specie. Leopardi è stato ostracizzato e deriso per queste sue scomode posizioni, ma era lui che ci diceva la verità, non quelli che dicevano agli umani solo quello che volevano sentirsi dire».
Ha scelto la forma della lettera, come mai? «Perché io non sono uno studioso, sono uno scrittore, e quindi avevo bisogno di un rapporto vivo, tridimensionale con Leopardi. Non volevo e non potevo metterlo su un tavolo di obitorio e fare su di lui un’autopsia, volevo che arrivasse anche l’emozione, il sentimento, che ci mostra aspetti che la sola ragione non sa illuminare. Cosa che ci permette, da un certo punto in poi, di trasformarci in due rondini e di prendere il volo sul mondo di oggi, travolto da deliri, guerre, fantasmi e demoni che si credevano estinti e che invece sono ritornati tra noi».
Cosa l’ha conquistata di lui? «La compresenza esplosiva di poesia e pensiero. Oggi ci sono tante gabbie tante camicie di forza per gli scrittori. Leopardi -come altri grandi scrittori insubordinati- mi ha insegnato la libertà, lo sconfinamento, il coraggio di resistere all’incomprensione e di non arrendersi. E anche la capacità di vedere subito, a colpo d’occhio, l’astrazione, di distinguere il fumo dall’arrosto, la chiacchiera e distintivo dalla vera passione».