DALLA QUIETE ARTICA ALLE TERRE LONTANE, UNA RICERCA VISIVA IN CUI LA LUCE MODELLA LO SPAZIO E IL TEMPO SCORRE LENTO, TRASFORMANDO
OGNI SCENA IN ESPERIENZA E OGNI IMMAGINE IN MEMORIA.
Nel vasto silenzio della Lapponia svedese, dove le foreste si estendono senza fine e la luce muta con una grazia quasi impercettibile, Serkan Günes attraversa il paesaggio con intenzione quieta. Le sue fotografie non sono dichiarazioni fragorose della grandezza della natura, ma contemplazioni — momenti in cui luce, forma ed emozione si incontrano in un equilibrio perfetto.
Nato a Istanbul e poi attratto verso nord, in Svezia, Günes ha trovato non solo una nuova casa, ma un nuovo modo di vedere. Il paesaggio nordico, con la sua palette trattenuta e le sue sottili transizioni di luce, è diventato al tempo stesso soggetto e maestro. È qui, oltre il Circolo Polare Artico, che ha costruito un lavoro definito da pazienza, sensibilità e da un rapporto quasi meditativo con il mondo naturale. Günes non ha iniziato come fotografo. Il suo percorso nell’immagine nasce poco più che ventenne, quando prende in mano una macchina fotografica ed esplora la natura svedese. Ciò che scopre non è solo un paesaggio, ma un linguaggio — fatto di luce, di tempo e di condizioni atmosferiche.
Con gli anni, quella curiosità si trasforma in una ricerca continua. Il suo lavoro oggi attraversa i continenti — dall’Artico all’Africa — ma resta ancorato alla stessa intenzione: tradurre l’esperienza in emozione. «Le scelte che faccio — luce, composizione — devono prima parlare alla mia mente e al mio cuore», spiega. Questa visione definisce il suo approccio. L’immagine non è mai il fine ultimo; è soltanto la traccia di qualcosa di vissuto — un allineamento fugace tra percezione interiore e mondo esterno. Se c’è una costante nel lavoro di Günes, è la sua profonda sensibilità alla luce. Che si tratti del bagliore tenue della nebbia su un lago del nord o del silenzioso dramma di un cielo invernale, la luce non è mai semplice illuminazione, ma materia stessa dell’immagine.
Il suo stile si muove con naturalezza tra l’intimo e il monumentale. Un momento inquadra vaste catene montuose sotto cieli in mutamento; quello dopo isola un singolo albero o un disegno appena percettibile nella neve. Questa capacità di attraversare le scale è una delle sue cifre distintive. A differenza di molti fotografi di paesaggio alla ricerca di condizioni spettacolari, Günes sceglie spesso la sottrazione. Cieli coperti, luce diffusa e passaggi tonali sottili gli permettono di costruire immagini che sembrano sospese — meno legate allo spettacolo, più alla presenza. Uno dei progetti più rappresentativi, The Land of Eight Seasons, riflette il suo legame profondo con il
nord della Svezia — un territorio in cui la tradizione Sámi divide l’anno in otto stagioni distinte.
Trascorrendo lunghi periodi in Lapponia, ha raccontato questo paesaggio non come una sequenza di eventi, ma come una trasformazione continua. La luce diventa il filo che unisce tutto — dall’immobilità azzurra dell’inverno polare ai giorni dorati e senza fine dell’estate.
«Essere qui cambia la prospettiva della vita», ha detto. «Tutto appare più grande, più drammatico — ma anche più reale.»
Attraverso questo lavoro, Günes non documenta soltanto un luogo, ma restituisce un modo di percepire il tempo, in cui il cambiamento è costante e quasi impercettibile. Negli anni, il suo lavoro ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali. Ha ricevuto il prestigioso Eric Hosking Award nel concorso Wildlife Photographer of the Year, diventando il primo svedese a ottenerlo.



Le sue immagini sono state pubblicate in tutta Europa e in Asia, e i suoi libri — tra cui The Land of Eight Seasons — lo hanno affermato come fotografo e narratore. Oggi è anche ambasciatore globale Fujifilm, condividendo la sua esperienza attraverso workshop e conferenze in tutto il mondo. Per Günes, la fotografia non è controllo, ma consapevolezza. Non forza i momenti; li lascia emergere. Spesso torna nello stesso luogo per ore — a volte per giorni — in attesa di quella variazione sottile capace di trasformare una scena.
Questa pazienza non è passiva; è osservazione attiva, un dialogo continuo tra fotografo e paesaggio. «La sensazione quando tutto si allinea nel mirino — quella è la vera ricompensa», racconta.
È proprio quell’istante — fugace, irripetibile — a definire il suo lavoro. La fotografia non è che la sua eco. In un’epoca in cui le immagini vengono prodotte e consumate a una velocità senza precedenti, Serkan Günes propone un approccio diverso: più lento, più silenzioso, più consapevole. Il suo lavoro ricorda che la fotografia di paesaggio non riguarda solo i luoghi che attraversiamo, ma il modo in cui li guardiamo.
Sotto i cieli immensi della Lapponia, continua a cercare — non la perfezione, ma una connessione. Tra luce e terra, tra osservatore e mondo. Ed è in quello spazio, sospeso tra immobilità e cambiamento, che nascono le sue immagini.

