DALLE REDAZIONI CHE HANNO SEGNATO LA STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO ALLE BATTAGLIE CONTRO IL CONFORMISMO, PASSANDO PER ERRORI GIUDIZIARI, PROVOCAZIONI, LIBERTÀ DI STAMPA:IL RACCONTO SENZA FILTRI DELL’UOMO CHE HA FATTO DELLA SCHIETTEZZA IL PROPRIO MARCHIO DI FABBRICA.
Vittorio Feltri ha appena pubblicato, con Alessandro Gnocchi, il suo libro più personale “Il direttore rompiscatole. Storie della mia vita”, Foglio Edizioni. Ci parla dei motivi che lo hanno spinto a raccontarsi.
Perché un libro autobiografico proprio adesso? Ho sempre pensato che la mia vita non interessasse a nessuno, mi hanno convinto del contrario, pare che molti di coloro che mi leggono da decenni volessero conoscermi meglio. Del resto si erano fatti di me un’idea basata solo su titoli e polemiche. Ma lo dico subito, con questo libro non cerco assoluzioni.
Come è nata la collaborazione con Gnocchi? Gli devo gratitudine. Mi ha ascoltato per mesi, ha insistito quando glissavo su certi episodi. Da solo avrei raccontato tutto a casaccio. Se il libro si legge bene, il merito è suo.
Lei nasce a Bergamo, da una famiglia impoverita dopo la morte di suo padre. Quanto ha pesato quell’origine? Tantissimo. A quattordici anni lavoravo già. Quella fatica mi è rimasta addosso.
Ha diretto molti dei grandi giornali italiani. Cosa li unisce? Il rispetto per il lettore vero, quello che legge sul tram tornando dal lavoro. Non sopporto i direttori che disprezzano il pubblico per piacere ai salotti. Ho sempre cercato di intuire che aria tirasse, e i numeri mi hanno dato ragione.
Tortora è uno dei casi giudiziari raccontati nel libro. Perché ne è rimasto segnato? Lessi in una notte le carte del processo, mentre i miei colleghi giocavano a poker, capii che era innocente. Un pentito lo accusava di aver ricevuto un giorno cocaina da lui, e quel giorno il pentito era chiuso in carcere a Campobasso.
Il rapporto con Silvio Berlusconi. Che editore era? Il migliore che abbia avuto. Non mi telefonò mai per dirmi cosa scrivere, nemmeno quando i miei titoli lo danneggiavano. Sapeva che il primo dovere di un direttore è vendere copie. Ma per vendere devi essere credibile, e per essere credibile devi essere libero.
Craxi la definì forcaiolo. Il marcio della Prima Repubblica c’era ed era innegabile. Sui toni, forse qualche eccesso c’è stato. Lo rividi prima dell’esilio. Devo riconoscere che restò l’unico ad ammettere apertamente l’esistenza del sistema delle tangenti.
Nel libro è feroce con il politicamente corretto. È la vaselina del linguaggio, serve a far passare le bugie senza dolore. Cambiare le parole non cambia la realtà.
Lei si è scagliato spesso contro il femminismo di oggi, pur dicendosi un ammiratore delle donne. Le femministe di una volta lottavano per il divorzio e per l’aborto, diritti concreti. Quelle di oggi si battono per le desinenze.
Anche i social network occupano un capitolo. Cosa la diverte e cosa la disturba di quel mondo? Mi diverte osservare il campionario umano. Mi respinge l’idea che ognuno si senta un opinionista. Internet ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli, diceva Eco, aveva ragione.
C’è spazio anche per la malattia e la morte. Ho scritto editoriali anche da una camera d’ospedale. Non mi sento un guerriero, la malattia è un ospite indesiderato. Del nulla dopo la morte non ho paura.
Cosa si augura che resti, ai lettori, di questo libro? Che capiscano chi sono, senza fidarsi di quello che altri dicono di me. Ho raccontato successi ed errori. Non ho l’età per nascondermi.


