DOPO MEZZO SECOLO DI CARRIERA, IL MAESTRO DELLA FOTOGRAFIA SVELA LA SUA NUOVA SFIDA ARTISTICA: UN ROMANZO SCRITTO CON CARLO M. MARTIGLI CHE DIVENTERÀ UN FILM GIRATO A CINECITTÀ, PER RACCONTARE L’INFANZIA DI GESÙ COME NESSUNO AVEVA MAI OSATO, TRA FEDE, UMANITÀ E LA RICERCA ETERNA DELLA LUCE.
Vittorio Storaro: ottantacinque anni, cinquanta di carriera, tre premi Oscar, innumerevoli altri riconoscimenti.
E nessuna intenzione di fermarsi: il 14 ottobre è uscito il suo nuovo libro Il romanzo del piccolo Messia, un romanzo storico scritto a quattro mani con l’autore bestseller Carlo M. Martigli. Incontriamo il Maestro Storaro nella sua casa piena di libri, premi e ricordi per scoprire qualcosa in più su questa nuova impresa davvero eccezionale: raccontare il romanzo del piccolo Messia, che sarà trasferito poi in un’opera cinematografica.
Tutti si concentrano sulla predicazione di Gesù, voi avete scelto di raccontare l’infanzia. Perché? Avevo sette anni quando una maestra mi ha dato in mano un libro, su cui c’era un dipinto: una signora seduta vestita di azzurro, e un angelo di luce che la indicava. Questa immagine mi è rimasta dentro per una vita: ho imparato cos’era l’Annunciazione, ho conosciuto poi i capolavori di tutti i Maestri che l’hanno raffigurata. La storia di Gesù da bambino, fin dal concepimento o addirittura da prima, dall’incontro tra Maria e Giuseppe, mi ha sempre affascinato. Ma pensavo che nessuno sceneggiatore avrebbe mai potuto raccontarla con la forza che mi avevano trasmesso tutte quelle immagini raccolte nei decenni.
E poi è arrivato Carlo Martigli… Grazie a mia figlia Francesca, dopo che io avevo letto romanzo l’Eretico scritto da Carlo, ci siamo conosciuti e ci siamo trovati subito d’accordo: sull’idea, sull’impostazione, sul tono del racconto. Siccome apparteniamo a mestieri diversi, ci siamo anche subito divisi i compiti: in qualunque discussione su come strutturare o scrivere, lui avrebbe avuto la priorità sul romanzo e io sulla sceneggiatura. Li abbiamo scritti di pari passo, insieme, in armonia e con grandissima gioia.



Nel romanzo c’è anche un bellissimo racconto del rapporto tra Maria e Giuseppe: due persone normali, una coppia che cerca di sopravvivere e di proteggere il figlio.
È un’interpretazione molto moderna, quasi come fossero due persone dei nostri giorni. Come siete arrivati a questa scelta? Anche questa è un’idea che mi ha dato mia figlia Francesca. Aveva fatto ricerche sulla figura di Maria e mi ha ricordato che di lei non viene mai sottolineata la dimensione del sentimento, del rapporto d’amore. Ci ha spinto a riflettere sul fatto che non è “solo” la Madonna immacolata, visitata dall’angelo, ma una donna innamorata di un uomo, che con lui affronta una situazione difficilissima ma che porta con sé anche tanto coraggio, tanta luce. Così abbiamo deciso di fare emergere questa dimensione. Ed è una delle cose che mi piacciono di più, nel romanzo. Non è solo la storia di una donna, ma anche dell’uomo che la prese dal Sinedrio.
Avrete anche dovuto fare molte ricerche. Quali sono state le vostre fonti? Ne abbiamo consultate tantissime, oltre ovviamente ai Vangeli canonici abbiamo letto centinaia di documenti, dagli scritti di Pico della Mirandola, ai Vangeli apocrifi, e molto altro tro ancora. Era chiaro che la Fuga in Egitto, che nei Vangeli è risolta in poche righe e che invece durò anni, era cruciale.
Scapparono in Egitto per sfuggire a Erode che era preoccupato per il suo trono, essendo Gesù della stirpe di Davide.
Fu Giuseppe d’Arimatea, lo zio di Maria, a proporre rifugio tramite i monasteri esseni in Egitto. Se ci pensate, è un vero e proprio inseguimento di questa piccola famiglia in fuga da parte degli sgherri di Erode. Bisognava scoprire che percorso avevano compiuto, dove si erano rifugiati, come erano sopravvissuti. Assieme a Rachid Benhadj, che sarà il regista del film, e a mio figlio Giovanni, siamo andati in Egitto. Abbiamo visitato templi, studiato fotografie, reperti, documenti, fino al museo del Cairo. Lì abbiamo scoperto che tutta la fuga è documentata, ci sono piantine, schizzi, i nomi dei posti dove sono passati, indicazioni sui monasteri esseni in cui trovavano rifugio. È una storia che non conosce nessuno.
La Chiesa cosa dice di queste informazioni tratte da fonti diverse rispetto ai Vangeli tradizionali? Abbiamo incontrato monsignor Davide Milani, del Dicastero della cultura e dell’informazione, ed è stato entusiasta del progetto. Concorda con noi che quel periodo della vita di Gesù è importante e per capire il rapporto tra la sua divinità e della sua umanità. Il nostro libro è in linea con i Vangeli e con l’idea di approfondire il racconto della vita e della predicazione di Gesù. Ci si riaccosta poi ai Vangeli quando Gesù comincia assieme a Giovanni Battista i suoi studi dottrinali, molto giovane, a soli sei anni. Tornati dalla fuga in Egitto, Giuseppe d’Arimatea capì il grande carisma di questi bambini e li portò alla grande scuola del monastero del Karmel.
Una cosa eccezionale, Gesù avrebbe dovuto cominciare molti anni dopo; ma lui sbalordisce i saggi con la sua conoscenza, con la sua sapienza. Il figlio di un falegname, un
bambino.
Crede che questo bambino abbia ancora qualcosa da dire ai bambini, o meglio ai ragazzi, di oggi? Nella mia gioventù ci si identificava con i grandi personaggi, nel cinema, nello sport e così via. Oggi vedo una carenza di esempi positivi in giro. I ragazzi crescono con il porno e con la cronaca nera, circondati dalla violenza. La mia speranza è che, con un po’ d’aiuto della famiglia e della scuola, le generazioni più giovani cercheranno di identificarsi con un Gesù, con un Giovanni, raccontati come bambini e ragazzi vivi, con la loro storia e i loro sentimenti. Che possano tornare ad aspirare alla conoscenza e alla bontà.
Lei non si ferma mai: quali sono gli altri progetti che sta portando avanti? Ho fatto una richiesta importante alle istituzioni: restaurare tutti i film di Bernardo Bertolucci. Io con lui ne ho fatti dieci, molti sono ovviamente su pellicola, un materiale che sbiadisce, si deteriora.
La risposta, devo dire, è stata subito positiva ed è partito un progetto di restauro che è durato tre anni e realizzato a Cinecittà, dove ci sono strutture davvero d’eccellenza.
Anche il film tratto da questo libro sarà prodotto a Cinecittà? Il mio sogno è girarlo tutto lì. Non sarà necessario andare in Egitto per le riprese dei luoghi, perchè con le strumentazioni attuali è possibile ricostruire tutto, grazie agli effetti digitali, nel grande e innovativo teatro di posa di Cinecittà.
È il mio desiderio, direi il mio sogno, anche perché questo non vuole essere un film realistico ma una fiaba, una storia capace di incantare, coinvolgere, commuovere.
Sarà un progetto all’avanguardia che non vedo l’ora di cominciare.


