Il Cinema di Denuncia e L’arte Della Regia

Francesco Rosi, punto di riferimento per cineasti di fama internazionale come Martin Scorsese e Paolo Sorrentino, continua ad avere un impatto fondamentale sul panorama artistico italiano, rimanendo una delle figure più autorevoli della cinematografia mondiale.

“Sono nato il 15 novembre 1922 in un ultimo piano pieno di luce, dove abitava la famiglia di mia madre, nel rione Montecalvario, a pochi passi dal Teatro Nuovo.” Così ricorda la sua nascita a Napoli, dove fin da ragazzino frequenta Raffaele La Capria e poi, negli anni dell’università, Giorgio Napolitano, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli, Maurizio Barendson, un gruppo di giovani che animerà molti settori della vita del nostro Paese, dalla politica al giornalismo, dal cinema al teatro.

La sua carriera comincia proprio con il teatro nel 1947 quando Ettore Giannini lo vuole come assistente per “Il voto” di Salvatore Di Giacomo, con attori come Salvo Randone e Sarah Ferrati. Ad ottobre sostituisce l’amico Achille Millo come assistente, insieme a Franco Zeffirelli, per “La terra trema” che Luchino Visconti gira in Sicilia. Inizia così la sua avventura nel mondo del cinematografo, come lo chiamerà nell’autobiografia scritta con Giuseppe Tornatore.

Negli anni Cinquanta, Rosi collabora con Luciano Emmer, Raffaello Matarazzo, Luigi Zampa e Michelangelo Antonioni, in un periodo che segna uno dei momenti più alti dell’arte filmica italiana. Nel 1958 debutta nella regia con “La sfida”, premio speciale della giuria alla Mostra cinematografica di Venezia, un film duro che racconta il passaggio di un’Italia da contadina a industriale, segnata dal potere mafioso.

Con “Le mani sulla città” (1963), Leone d’Oro alla Mostra di Venezia, Rosi denuncia la corruzione politica e urbanistica di Napoli. I suoi film, da “Salvatore Giuliano” a “Tre fratelli” (nomination all’Oscar nel 1982), fino a “La tregua”, esplorano la condizione umana di fronte al potere.

Il suo cinema è una rigorosa lezione di metodo, caratterizzato da uno stile critico e profondamente umano, permeato da tensione etica. Il critico Michel Ciment scrive: “Rosi va a caccia della menzogna, la snida ovunque, svela le apparenze ingannevoli di un mondo che agisce nell’ombra.”

Uno dei suoi film più significativi è “Il caso Mattei” (1972), in cui affronta il mistero della morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI. Rosi utilizza il cinema come potente strumento di indagine, immergendosi nelle trame di potere e corruzione che hanno segnato la vicenda.

Rosi rifiuta l’etichetta di “cinema politico”, sottolineando che le sue pellicole sono opere artistiche che travalicano tempi e spazi. Tra i suoi collaboratori troviamo sceneggiatori come Tonino Guerra, Suso Cecchi d’Amico, Franco Solinas, e direttori della fotografia come Gianni Di Venanzo e Pasqualino De Santis. Le sue opere sono arricchite dalle musiche di Gianni Ferrio, Piero Piccioni, Luis Enriquez Bacalov ed Ennio Morricone, oltre che dalle interpretazioni di attori straordinari come Gian Maria Volonté, Philippe Noiret, John Turturro, Lea Massari, Irene Papas, Sophia Loren.

Francesco Rosi ha sempre chiesto allo spettatore di essere attivo, di riflettere, di indignarsi e di sentirsi un cittadino. Nel 2003 torna al teatro con “Napoli milionaria!” di Eduardo De Filippo, un grande testo che, insieme a “Uomini contro” e “La tregua”, evidenzia la sua determinazione contro ogni forma di guerra. Sua figlia Carolina scrive: “La tregua è un monito: l’inaudita violenza che cancella la dignità umana è sempre in agguato.”

Nel 2025 verranno ricordati i dieci anni dalla sua scomparsa. Francesco Rosi si spegne nella sua casa romana il 10 gennaio 2015. Nei suoi diari, pubblicati nel 2022 per il centenario della sua nascita, scrive: “Un film vede, documenta, denuncia, immagina, racconta. Per fare questo, pensa.”

CAPOLAVORI SENZA TEMPO DI PROTESTA E IMPEGNO CIVICO

Tra i suoi capolavori, troviamo:

  • Salvatore Giuliano (1962) – Racconta la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, indagando i legami tra criminalità, politica e giustizia.
  • Le mani sulla città (1963) – Una feroce analisi della corruzione politica a Napoli attraverso la storia di un costruttore e consigliere comunale.
  • Il caso Mattei (1972) – Indaga la misteriosa morte di Enrico Mattei, descrivendo il suo tentativo di sfidare le multinazionali del petrolio.
  • Cadaveri eccellenti (1976) – Tratto da “Il contesto” di Leonardo Sciascia, è una riflessione sulla manipolazione politica e sull’impunità dei potenti.
  • Cristo si è fermato a Eboli (1979) – Tratto dal libro di Carlo Levi, racconta l’esilio dell’autore antifascista in Lucania.
  • Dimenticare Palermo (1990) – Affronta il problema del narcotraffico e della legalizzazione della droga, riprendendo il discorso già iniziato in “Lucky Luciano”.
  • La tregua (1997) – Tratto dal libro di Primo Levi, narra il ritorno a casa dei sopravvissuti ad Auschwitz, descrivendo un’odissea fisica e morale nell’Europa devastata.

Francesco Rosi, intellettuale, artista e cineasta, continua a essere un’ispirazione per chi vede il cinema come strumento di riflessione critica. La sua capacità di esplorare la realtà, la visione lucida e la passione per la giustizia sono il suo lascito più attuale.

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